Esiste un frutto più frutto della mela? Un frutto più normale e insieme più esageratamente frutto della mela? È addirittura uno dei primi oggetti che impariamo a conoscere, icona nata, ospite fisso della casella M degli abbecedari. Ed è protagonista di un racconto antichissimo al quale la vasta area culturale a cui apparteniamo è legata come si è legati a un mito fondativo. Perché abbiamo deciso che quel frutto che Eva e Adamo non dovevano mangiare – e che nelle versioni gnostiche della Genesi, come la Natura degli arconti e l’Origine del mondo, fanno bene a mangiare – era proprio una mela.
Perché proprio una mela? La Bibbia non specifica di quale frutto si tratti, e gli ebrei preferiscono pensarlo come un fico, tanto è vero che i due disobbedienti ne raccoglieranno le foglie per coprirsi mentre abbandonano la triste scena. La mela compare invece nell’iconografia medievale cristiana, probabilmente per via della traduzione latina della Bibbia e quindi «per la dualità che nel latino ha il termine malum, – spiega Romina Bellini nell’Enciclopedia illustrata dei simboli, – che significa sia mela che male». A cascata  ereditiamo anche il nome pomo d’Adamo, presenza visibile di quel pezzo di mela che deve essere andato di traverso al primo uomo.

Johann Carl Loth, <cite>Paride consegna ad Afrodite la mela d'oro</cite>, 1665-70 circa, Fondazione Cavallini Sgarbi. Particolare da una foto di Sailko, CC BY 3.0 via Wikimedia Commons

Johann Carl Loth, Paride consegna ad Afrodite la mela d’oro, 1665-70 circa

Anche all’altro ramo del nostro albero culturale è appesa una mela: la guerra di Troia è l’esito del lancio di una mela. Al banchetto degli dèi, Eris, dea della discordia, getta sul tavolo la mela d’oro – precisamente il pomo della discordia – che reca l’iscrizione Ti kallisti, «Alla più bella». Atena, Era e Afrodite se la litigano e il troiano Paride viene chiamato ad assegnarla; le tre dee offrono premi corrispondenti alle loro caratteristiche, e Paride non ci pensa due volte ad assegnarla ad Afrodite per riceverne in cambio l’amore della donna più bella del mondo. Che è Elena, moglie del re di Sparta. Da lì, il disastro.
La mela compare anche nelle leggende di altri popoli europei: è assai probabile che il nome di Avalon, l’isola nella quale si sarebbe rifugiato Giuseppe di Arimatea portandosi dietro il Santo Graal, e nella quale riposerebbe Re Artù in attesa di riapparire al momento necessario, significhi «Isola delle Mele».
Ad ascoltare gli psicanalisti che si avventurano tra i simboli e gli studiosi di simboli che si inoltrano nella psicanalisi, sembra che la mela riesca a sintetizzare le idee di sessualità e conoscenza: due concetti basilari che, se si seguono le riflessioni della filosofa slovena Alenka Zupančič, sono legati fra loro a un livello altrettanto basilare. Scoperta dell’ignoto, passaggio esistenziale, tentazione narcisista, trasgressione dalle conseguenze catastrofiche – che cosa strana è, questa, per un frutto così comune – la mela è non a caso il punto di rottura di Biancaneve, e non smette di esercitare il suo fascino archetipico nel corso del Novecento.
La Apple Corps è il progetto imprenditoriale a cui i Beatles danno vita nel 1967: l’operazione si apre con la divisione Apple Films, che produce Magical Mystery Tour; e nel 1968, al ritorno dall’India, i Beatles si dotano dell’etichetta discografica Apple Records. La mela del logo è una Granny Smith verde (rossa sull’edizione statunitense di Let It Be), che compare intera al centro del lato A dei dischi, e tagliata a metà sul lato B. Perché una mela? Paul McCartney racconta di aver sempre amato Magritte: un giorno il gallerista Robert Fraser, un amico dei Beatles, gli portò il dipinto Le jeu de mourre (letteralmente, «Il gioco della morra»), che ritrae una mela verde con scritto sopra «Au revoir». Il caso volle che l’episodio accadesse proprio mentre Paul stava elaborando l’idea dell’etichetta.

Il logo della Apple Records in versione lato B. Immagine di Badgreeb Records via Flickr

Il logo della Apple Records in versione lato B

Grande fan dei Beatles era, nemmeno a dirlo, Steve Jobs, e qualcuno ha azzardato che risieda in questa passione l’origine del nome di una delle compagnie di computer più importanti del mondo – nome che, tra l’altro, ha dato luogo a un lungo contenzioso tra la Apple Computer e la Apple Corps dei Beatles. Altri hanno pensato all’assonanza di byte (unità di misura informatica) e bite (morso). Ma la biografia di Steve Jobs firmata da Walter Isaacson racconta che l’idea della mela proviene da una delle diete fruttariane di Jobs. Oltre a essere un nome potente, Apple aveva anche il vantaggio di iniziare con la A, e quindi di posizionarsi benissimo nelle liste alfabetiche. Per esempio prima di Atari.
Pare possa essere stato questo stesso fattore, qualche anno dopo, a spingere Dave Morse, CEO della Hi-Toro Corporation, a cambiare il nome della sua società – e del computer che la società stava sviluppando – in Amiga: un nome che negli elenchi venisse prima di Atari e anche prima di Apple. Ma questa è un’altra storia.
Il primissimo logo della Apple, disegnato nel 1976 da Ron Wayne, non era la mela morsicata minimalista che abbiamo imparato a conoscere, ma un’intera vignetta che ritraeva Newton un attimo prima che la mela gli cadesse sulla testa procurandogli la folgorante illuminazione sulla forza di gravità. Quell’immagine venne presto abbandonata in favore della mela multicolore – che negli anni divenne monocromatica – disegnata da Rob Janoff. Della mela, Janoff propose inizialmente due versioni: una intera e una morsicata. Jobs scelse quella morsicata perché, secondo Isaacson, quella intera somigliava troppo a una ciliegia.
Sui pieghevoli della Apple, comparve una frase che ci dice qualcosa non solo sull’idea di Jobs, ma anche sulla simbologia stessa della mela: Simplicity is the ultimate sophistication, «la semplicità è la massima raffinatezza», o, se si spinge un po’ sulla traduzione, «la semplicità è la contraffazione definitiva».

Bibliografia
Tesi gnostici, a cura di Luigi Moraldi, UTET 1982
Enciclopedia illustrata dei simboli, a cura di Cecilia Gatto Trocchi, Gremese 2014
Alenka Zupančič, Che cosa è il sesso, Ponte alle Grazie 2018
Harriet Vyner, Groovy Bob: The Life and Times of Robert Fraser, Faber & Faber 1999
Walter Isaacson, Steve Jobs, Mondadori 2011
Immagine di copertina: Dante Gabriel Rossetti, Venus Verticordia, 1866. Pubblico dominio via Wikimedia Commons

Commenti

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Privacy Policy

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi